LA BHAGAVAD GITA E GLI ALTRI
I Veda
I Veda possono essere definiti come le sacre scritture dell’induismo e costituiscono la prima raccolta, in ordine di tempo, di inni a scopo rituale che documentano discipline ascetiche e ideologiche “estatiche” evocando esperienze sovranormali.
La parte finale dell’opera è costituita delle Upanishad, anch’esse espressione di esperienze e di meditazioni, piuttosto lontane però da quelle descritte nei Veda.

Le Upanishad
Esse, infatti, “non si propongono di arrivare ad una verità filosofica, quanto di portare pace e libertà all’angosciato spirito umano esprimendo l’inquietudine e la passione dello spirito umano alla ricerca della vera natura della realtà” (S. Radhakrsishnan).
E proprio nelle Upanishad che per la prima volta, oltre venticinque secoli fa, vengono affrontate le grandi questioni esistenziali legate alla natura della realtà e al destino umano.
“Può l’essere umano trascendere i limiti della sua condizione mortale e intrisa di sofferenza?”
Da qui parte un dedalo variopinto di strade, ognuna porta ad un accesso di verità; teorie differenti e talvolta contraddittorie sono accostate per dare riferimenti, a volte filosofici, a volte liturgici, altri ricchi di analogie tra aspetti religiosi ed elementi della realtà naturale.
Il significato di Upanishad è “dottrina mistica” e si ritiene che abbia la sua origine nelle parole “sedersi accanto”: il discepolo si siede accanto al maestro e ne riceve l’insegnamento mistico.
La Bhagavad Gita
La Bhagavad Gita (il Canto del Beato Signore) è una composizione a sé, all’interno dell’immenso testo epico del Mahabharata.

Il Ramayana
Inserita nella grande epopea epica come testo speculativo e religioso, la Gita interrompe ilracconto dell’azione che si svolge sul campo di battaglia, per introdurre una lunga serie di riflessioni e “rivelazioni” occasionate dalle vicende del conflitto in corso. Non si conosce l’autore e le date della sua scrittura oscillano tra il II secolo a.C. e il II d.C..
Il testo, che si presenta sotto forma di dialogo, vede come protagonisti Arjuna (il cui nome significa ‘candido’, ‘chiaro’, ‘aureo’) giovane guerriero figlio del dio Indra e il nobile interlocutore Krishna, che si presenta dapprima in veste umana, ma che si rivelerà a seguire come l’Assoluto, l’uomo-dio, la divina incarnazione dello stesso dio Visnu con il quale sarà identificato.
I discorsi di Krishna che tendono a placare le angosce di Arjuna, in realtà riflettono i dibattiti, i problemi e i contrasti dottrinali dell’epoca in cui il poema è stato composto; e forse, assai di più, riflettono i problemi e le ansie di tutti i tempi.

La Bhagavad Gita
Krishna sostiene la giusta causa. In un senso più profondo, la guerra di Kurukshetra è l’incessante battaglia nella mente tra il bene e il male, che si conclude soltanto con la liberazione finale. Krishna stesso chiarisce la natura allegorica del suo eterno dialogo con Arjuna; in un capitolo, egli afferma: «Questo corpo è il campo di battaglia».
La “qualità della rinascita”, in altre parole la speranza di avere nell’esistenza successiva migliori condizioni esistenziali, è un tema che la Gita affronta in diverse situazioni. Lo yoga, oltre ad essere visto come via e mezzo che conduce alla liberazione (moksa) è certamente anche identificato come esercizio che l’individuo, in preda alla variabilità delle situazioni psichiche, disorientato dall’alternarsi di sentimenti opposti, utilizza per sottoporsi al ‘giogo’ della disciplina per unificare il proprio essere.
La via del miglioramento è oscura e difficile, continuamente ostacolata delle opposte esigenze dell’ego che pongono l’uomo in profonda contraddizione con se stesso. Consapevole della lotta che si svolge nell’intimo dell’uomo, la Gita presenta varie forme di yoga, come mezzi efficaci per l’unificazione dello spirito.
Le tre vie di salvezza presentate nell’opera sono: Karma yoga o via dell’azione compiuta in spirito di distacco e disinteresse, Jnana yoga, la via della conoscenza o sapienza che si integra nel raja yoga (lo yoga regale), via della meditazione o contemplazione in senso stretto e il Bhakti yoga o via della devozione e dedizione al supremo Signore.
Tre “percorsi”, dunque, accomunati da una certa affinità: l’uomo non è mai esclusivamente dedito alla meditazione o all’azione o teso alla ricerca esclusiva di Dio; egli sviluppa contemporaneamente queste diverse attitudini.
Nell’esporre la sua dottrina, Krishna si mostra fine psicologo nel tenere conto di questa situazione umana e nell’offrire ad ognuno la possibilità di salvezza conforme alla sua disposizione interiore.
Gli “esercizi yogici” implicano metodi di controllo dell’attività umana (respiro, movimenti, desideri, pensieri, ecc.), la Gita applica questi metodi all’intera personalità umana, cercando un rapporto equilibrato fra le diverse facoltà (intelletto, mente, volontà, sentimenti, sensi) e attribuendo a ciascuna di esse il suo compito specifico, in rapporto alle varie vie di salvezza. La dottrina yogica della Gita non è perciò dogmatica ma cerca di integrare le diverse vie e sottolinea la necessità di ricerca di un equilibrio, armonizzando l’azione del corpo, della mente e dello spirito, insegnando che “l’azione deve essere compiuta, la conoscenza perseguita e la devozione praticata”.
Altra epopea, seppur più contenuta ma risalente allo stesso periodo è il Ramayana dove il tema relativo all’equilibrio dell’universo legato allo spazio che ogni essere vivente deve occupare e’ fondamentale.
Gli Yogasutra di Patanjali
La fase successiva è caratterizzata dagli Yogasutra di Patanjali (di datazione incerta tra il V e il II sec.a.C.).
Il protagonista qui è il ricercatore, colui che vive nel presente, nell’esperienza del qui e ora. La sua meta non è l’esterno ma la ricerca interiore.
L’opera si compone di quattro sezioni.
Il primo capitolo definisce lo yoga, prende in esame gli ostacoli dovuti alle fluttuazioni mentali (cittavritti) e indica come superarle. Definisce il samadhi, ultimo stadio del cammino yogico e introduce alle tecniche di meditazione con cui liberarsi dai vincoli che impediscono una chiara visione delle cose.

Gli Yogasutra di Patanjali
Nel secondo capitolo Patanjali definisce le afflizioni che disturbano l’equilibrio e indica come dissolvere le impurità attraverso l’autodisciplina.
Il terzo capitolo tratta i poteri che si possono acquistare attraverso la pratica yoga, non trascurando di mettere in guardia il praticante dal pericolo di essere tentato dalle conquiste del potere e perdere di vista il senso del cammino spirituale. Il discepolo che cede alle lusinghe del potere rimarrà prigioniero della propria ambizione, ma se riuscirà a resistere avrà accesso allo stadio più elevato dell’esistenza.
Il quarto capitolo descrive infine la natura della liberazione distinguendo tra Kaivalya (stato positivo in cui non si è influenzati dalle qualità della natura e non si è identificati con le azioni compiute nella vita odierna) e samadhi (stato di unicità oltre la distinzione tra soggetto e oggetto).
Gli Altri
Il momento storico successivo, quello post-classico, è caratterizzato dalla nascita dei concetti di hathayoga e yoga tantrico ed è quella più ricca di letteratura.
Tra le prime opere, la Gorakshashataka (XII sec.) che espone i principi fondamentali dello yoga: asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi. Dello stesso autore anche la Siddhasiddhantapaddhati, una descrizione in 333 versi sulla fisiologia del corpo sottile, e lo Yogamartananda, un breve testo sull’ hathayoga.
Tra il XV e il XVI sec. fa la sua apparizione l’HathayogapradipiKa, la lucerna dell’Hatayoga, suddiviso in quattro parti: asana, tecniche di purificazione corporee, bandha e mudra, atti a risvegliare kundalini e mezzi per ottenere il samahi.
La Gherandasamhita e la Shivamhita sono altre due opere importanti del periodo.
Legate invece al tantrismo ritroviamo Kularnavatantra e Mahanirvanatantra entrambi del XI sec.
Relativamente alla letteratura moderna: La Sintesi dello Yoga di Aurobindo, Le opere di Vivekananda, l’Autobiografia di uno yogi di Yogananda Paramahansa sono tra i testi più significativi, nonostante la produzione di libri negli ultimi anni sia stata veramente florida.
Silvia Ornaghi
Insegnante di Yoga ratna e
giornalista per riviste del settore
s.ornaghi@virgilio.it