Con i "loro" occhi

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“La civiltà del passato diventerà un mucchio di rovine e alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno spiriti.” L. Wittgenstein



La Storia è noiosa… questa è la summa dei giudizi che si sentono spesso in molte conversazioni di massa. Non sono d’accordo ma devo anche ammettere che la materia non si trasmette più. C’è qualcosa che non mi convince, sia nei testi scolastici e/o specializzati, sia nei modi di raccontarla; forse è giunto il momento di proclamarlo a voce alta ed anche di provare a ribaltare il rapporto.


La Storia la insegnano i docenti del terzo millennio, imbevuti di razionalismo moderno, sulla base di testi anch’essi scritti con i principi razionali del nostro tempo. E’ giusto? E se provassimo a ribaltare tutto sforzandoci di entrare nelle teste dei nostri antenati? E se provassimo a descrivere un avvenimento attraverso i testimoni dell’epoca? E se provassimo a calarci nei loro panni, nei loro sentimenti, nelle loro paure, nelle loro angosce, magari nei loro pregiudizi o nelle loro convinzioni, in quei valori cioè che meglio aderiscono al “loro” tempo reale? Non capiremmo meglio? E soprattutto non finiremmo per far amare anche ai ragazzi una disciplina altrimenti destinata al confino o a materia per specialisti isolati e confinati nel loro mondo di studi perfetti?


Facciamo una prova, un tentativo verosimile ed immaginiamoci per qualche istante di trovarci in uno scenario plausibile di vita passata ,  intrecciando alle immaginarie persone di un epoca lontana alcune vicende del medioevo che convergono sul territorio francese.


Siamo nella Francia del secolo XIV; penso cioè a quella fase in cui sul territorio di quello che allora è il Regno di Francia, imperversa la sanguinosa “guerra dei cent’anni”, guerra segnata da battaglie tra eserciti, quello francese e quello inglese, che oltre al compito di massacrarsi reciprocamente, finiscono per depredare, stuprare, rubare, devastare ovunque essi sostino o transitino; immaginatevi per esempio gli abitanti di uno dei tanti villaggi nei pressi di Parigi, lo stato di penosa incertezza e paura che accompagna la loro vita di ogni giorno. Provate a calarvi in questa mentalità?


Immaginiamo la disperazione di quel popolo di poveri contadini ed artigiani improvvisati ma anche la loro rabbia quando, poche monete risparmiate, miseri raccolti di frumento, orzo e segala strappati con fatica a climi sfavorevoli di stagioni più fredde e piovose del normale, piccoli manufatti o prodotti derivati da una stagione di fatiche e sofferenze, vengono all’improvviso sottratti a forza per sfamare i soldati di passaggio sulle loro terre o, peggio ancora, requisiti dal signore del luogo sotto forma di tasse aggiuntive per fare la guerra.


E’ la ribellione della disperazione e così reagiscono e finiscono per commettere a loro volta uccisioni e feroci ritorsioni, disordinatamente e senza un disegno preciso; sono le “jacquerie”(così in francese, vengono definiti i moti di ribellione dei contadini francesi di quell’epoca nei manuali di storia) che, a loro volta, scatenano una furibonda e terribile reazione da parte dei nobili signori dei feudi, che si traduce di nuovo in un bagno di sangue e di dolorosa sensazione di nullità innanzi alla vita.


Come se non bastasse a metà circa di quel secolo, importata dalle navi genovesi provenienti da Caffa in Crimea, sopraggiunge ed esplode la “Peste Nera”, la formidabile sterminatrice della popolazione europea, contro cui nessuna conoscenza medica e nessuna medicina del momento può porre rimedio: la terribile malattia è uno sterminio se è vero che 1 abitante su 3 del nostro continente non sopravvive. Un’ecatombe superiore a qualsiasi “Olocausto” cui l’uomo dell’epoca non sa e non può trovare una spiegazione razionale se non nell’ira di Dio, di un Dio che punisce il genere umano per la sua malvagità, per il suo peccato originale mai espiato.


Questa è la visione che gli uomini dell’epoca hanno del terribile contagio. Un uomo già provato per il terrore della guerra percepisce la Peste come una vendetta celeste. Dio che giudica l’egoismo umano e la sua malvagità  stabilisce la sua punizione: la Peste che uccide senza tregua.


E poi, la fame, endemica, cronica, la morte per fame che uccide quanto la guerra e quanto la peste. “A peste, fame et bello libera nos, Domine”; questo è il sentire comune di ogni “europeo” nei secoli più difficili del medioevo.


I nostri protagonisti, di questo pezzo di storia della campagna francese, vivono quindi nell’incertezza, si guardano terrorizzati, smarriti, attoniti, e spesso non hanno più nemmeno la forza di reagire. Le loro case, sono capanne misere, disadorne e senza finestre; stracci al posto dei vetri, fieno al posto di pavimenti mentre l’igiene e la pulizia non sono, in quell’epoca, nemmeno una parola presente nel loro linguaggio. Il gelo, il freddo o l’insopportabile calura accompagnata dagli sciami di insetti sono l’ulteriore prova di una vita a “perdere”, di un’ esistenza segnata dalla sofferenza, senza soluzione di continuità.


Insomma, un mondo duro, ostile, cattivo, incerto, imprevedibile dove persino il sentimento religioso appare freddo ed implacabile, così legato com’è al pentimento e alla pena per espiare il peccato originale ed i peccati che l’uomo commette.


Eppure, anche in quei cuori così provati e feriti, la religiosità è una luce ed un riparo: Dio è immenso ed indiscutibile e lo spirito dei predicatori francescani e domenicani che rammenta loro non solo l’immanenza di Dio ma anche  l’idea di una resurrezione dopo la morte, la promessa di una vita eterna luminosa e opposta al modello della vita fisica e reale.


Forse poco, troppo poco nelle nostre teste di abitanti e protagonisti del terzo millennio, tutto per quelle donne e uomini che nulla hanno se non immaginarsi un’altra vita, il regno di un Dio misericordioso contro un mondo reale di terrore, miseria e stenti.


Un sentire religioso così diverso dal nostro, ma non per questo meno vero e meno importante.


In questo pezzo d’Europa che è il regno di Francia, già da decenni è più che altrove si sta verificando un fenomeno, strano ed in controtendenza rispetto a tutte le difficoltà esaminate, ma si sta realizzando; è un prodigioso processo di edificazione architettonica sacra che ha dell’incredibile se è vero che per elevare le decine di migliaia di Cattedrali e di Chiese si estrarrà più marmo qui che in tutta la millenaria storia dell’antico Egitto per costruire tombe e piramidi da dedicare ai Faraoni.


Sono le cattedrali e le chiese gotiche, sono le 400 grandi Cattedrali di cui è disseminato il territorio francese, ma sono anche le 30.000 chiese parrocchiali edificate nello stesso periodo (1050-1350) che sono i riferimenti capillari per ogni piccolo paese e comunità del suo territorio.


E’ anche certo che per innalzare al cielo queste enormi costruzioni vengono introdotte rivoluzionarie tecniche di costruzione; si costruisce verso l’alto, sempre più in alto, si assottigliano i muri sostituendoli con meravigliose vetrate istoriate, dai colori enigmatici, invece dell’arco a tutto sesto si costruiscono archi acuti o ogivali, che permettono un maggiore sviluppo in altezza di questi nuovi templi della religiosità cristiana.



In una cattedrale gotica, tutto sembra fatto e costruito per creare stupore in chi entra, tutto sembra studiato con una ingegneristica e numerica precisione ma è l’emozione a condurre la danza, non la tecnica, è il gioco delle luci e delle ombre che tocca la sensibilità, è il silenzio ed il gioco dei rimbalzi acustici a penetrare profondamente nell’anima costruendo una sorta di paradiso che puoi toccare con mano, che puoi respirare. Il ponte tra l’uomo e Dio, il collegamento tra la carne e lo spirito.


Noi oggi, abituati al virtuale o al verosimile di ciò che esce dagli schermi del computer o della televisione, allenati a vedere ed ingoiare ogni immagine del mondo, persino le morti in diretta delle guerre, seduti su comodi divani ed al riparo da qualsiasi pericolo, soliti a razionalizzare ogni simbologia e ogni sensazione, a ragionare per schemi utilitaristici in cui ci viene facile relegare mistero e fede come antiche forme di superstizione, noi oggi con i nostri orizzonti culturali così facili da intuire e toccare, quando entriamo in una di quelle cattedrali cosa ne comprendiamo?


Sì è vero, forse ne capiamo le loro forme, le loro splendide geometrie e possiamo comprendere che esse sono state costruite per elevarsi più in alto possibile verso il cielo, per avvicinarsi al cielo e a Dio. Certo, lo potremmo intuire ma sempre dentro un concetto scolastico e razionalmente spiegabile come nelle “finestrelle” di approfondimento dei libri scolastici.


Quello che i libri non possono dire è che quel contadino del secolo xiv recatosi a Parigi per la prima volta nella sua vita, intenzionato ad entrare in Notre Dame per rendere omaggio a quel Dio imponente che sovrasta la sua vita, tentando di fuggire almeno un giorno dall’angoscia e dalla miseria del suo villaggio, potrebbe solo rimanere attonito, in preda ad una contemplazione mistica perché in quell’istante lui vede il paradiso, in quel momento lui capisce il prodigio della religione e la potenza divina che lo sfiora accarezzandogli l’anima; in quel momento la sua vita si ritrova con un senso compiuto perché in Notre Dame, in quella cattedrale enorme sontuosa e fatta di armonie mistiche e spirituali, lui esiste come uomo con un destino. I suoi occhi non guardano a Dio ed a Notre Dame come li osserviamo noi. Lui pensa al grande disegno divino che finalmente tocca e vede da vicino e forse sogna un avvenire migliore.


La storia dei popoli, la storia delle tantissime persone che hanno vissuto in “diretta” la storia,  ha un battito differente da quello che noi abbiamo rispetto al nostro tempo. La storia delle guerre e dei conflitti, la storia delle epidemie e delle carestie, la storia dei grandi sconvolgimenti sociali, dell’architettura, dei costumi, delle scoperte e della religione non è solo il derivato delle manovre politiche delle corti o l’effetto dell’economia; è qualcosa che ha a che vedere con la percezione e l’anima dei singoli, del loro mondo e del loro modo di concepire il presente che essi vivono.


I loro occhi ci aiutano a capire meglio il passato e ci aiutano ad umanizzare il nostro presente.



Walter Cristiani
Consulente di case editrici

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Commenti (2)
  • Eva Brivio  - francigena

    :D ho trovato l'articolo molto interessante e ne condivido il contenuto. Mi piacerebbe ripercorrere, almeno in parte, lo stesso cammino e gli stessi ciottoli calpestati da chi mi ha preceduto, viandanti sconosciuti che hanno lasciato comunque una loro traccia fino ai nostri giorni.

  • Claudio Tabasso  - Ottimo articolo, ottima visione della storia.

    Anche io ho trovato interessante l'articolo e specialmente il modo di affrontare la storia di calarsi nella mentalità degli uomini del tempo. Se non si fa così non si capisce nulla della storia e peggio la si osserva attraverso occhiali deformanti della nostra mentalità "moderna" boriosa e tecnologica, che ha confuso scienza della conoscenza con erudizione tecnologica.

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